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Icilio Carlino

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Niente da dichiarare Hai Natura !

misteri

Blog sui Misteri d'Italia e del Mondo
May 16

Se Dan Brown fosse stato a Otranto ???

La nostra ipotesi Investigativa si basa su un elemento concreto,  a prescindere se nell'opera si voglia vedere celato un mistero oppure no, una cosa è certa il lavoro non è stato svolto da un uomo solo, la diversa mano appare in svariati particolari, quindi viste le dimensioni dell'opera ed il risultato finale è legittimo ritenere che essa è stata il frutto non di un casuale inserimento di tessere, ma di una riproduzione più o meno fedele di un progetto preesistente, questa è appunto la nostra ipotesi investigativa. Ipotesi tra l'altro già avanzata da vari studiosi che si sono però limitati a pensare che siano esistiti del così chiamati "cartoni"  serviti da base per il lavoro dei mosaicisti. Conseguentemente è naturale ritenere che i vari schizzi siano stati raccolti in un vero e proprio progetto, l'ulteriore passaggio logico è ritenere che, se un mistero doveva essere celato all'interno dell'opera, il progetto poteva e doveva esserne lo scrigno. A questo punto del ragionamento siamo tenuti a fare un piccolo passo indietro ed a chiederci, perché un segreto o mistero come lo si voglia chiamare doveva essere nascosto in un mosaico ? la risposta a nostro avviso è molto semplice : gli uomini dell'epoca non erano abbastanza maturi per conoscere il segreto, bisognava affidare ai posteri la scoperta, e come ? Tralasciamo per il momento di dare una risposta su che cosa poteva essere il segreto e cerchiamo invece di capire il perché non riusciamo a decifrarlo, ed è qui che ritorniamo al punto di partenza, non riusciamo a dare una spiegazione logica al mosaico, perché abbiamo le immagini, ma ci manca la chiave di lettura, ed in cosa poteva consistere la chiave se non in quello che precedentemente abbiamo chiamato progetto, ma che da ora in poi chiameremo il Libro della Verità. Assodato che la nostra ipotesi è quanto meno attendibile e legittima, procediamo a chiederci dove potrebbe essere finito il Libro, naturalmente l'unica risposta possibile è a Casole, nel Monastero di San Nicola di Casole vi era una immensa biblioteca, da cui sicuramente l'autore del mosaico Pantaleone aveva attinto importanti spunti per la sua opera, quindi il libro era a Casole, ma la vita del monaco Pantaleone non era sufficientemente lunga da garantire che il segreto rimanesse tale per il tempo necessario, per cui qualcun'altro doveva essere a conoscenza, almeno dell'esistenza del manoscritto. In questa sede non andremo oltre formulando possibili teorie sulla fine del manoscritto, che affronteremo in un prossimo capitolo, ma ci limiteremo ad esaminare una circostanza drammatica che avvalora le tesi fin qui addotte. Nel 1480, è risaputo, Otranto viene conquistata dai turchi a cui consegue la strage degli 800 martiri. I turchi prendono possesso della città e fanno della Cattedrale di Otranto la loro Moschea,  distruggono una serie di dipinti sacri perchè legati al cattolicesimo, ma non toccano il Mosaico, i puristi sostengono che la presenza del Profeta Abramo, simbolo comune tra Cattolicesimo ed Islam, sia bastato ad evitare la fine del Mosaico, è possibile, ma è anche possibile che i Turchi fossero venuti a conoscenza del segreto in esso contenuto, anzi è possibile addirittura ipotizzare che la conquista di Otranto si stata strumentale alla conoscenza del segreto, aldilà delle motivazione geo-politiche da più parti avanzate sulla presa di Otranto (a tal proposito si legga il libro di Raffaele Gorgoni "Lo Scriba di Casole"). Perché riteniamo attendibile questa teoria ? anche qui la risposta è semplice; Otranto non viene rasa al suolo dai Turchi invasori, Il Monastero di Casole invece si, viene letteralmente demolito tanto che da quel momento in poi sarà cancellato. A questo punto dobbiamo considerare che la presa di Otranto non fu una delle solite scorrerie di pirati saraceni, ma un'azione di guerra mirata all'allargamento dell'impero ottomano, allora per analogia dobbiamo esaminare il comportamento dei musulmani conquistatori in altre terre, come la Spagna ed in Italia la stessa Sicilia e quindi scoprire che per la legge islamica i popoli conquistati che non volevano convertirsi all'Islam non venivano decapitati, anzi erano fonte di guadagno perché essi erano tenuti al pagamento di tasse e tributi speciali. Allora perché ad Otranto questo massacro e non in altre zone, anche nei paesi vicini, una possibile spiegazione è che Gedik Ahmet Pasha capo delle milizie turche si sia voluto vendicare con la popolazione otrantina proprio per non essere riuscito a trovare quello che cercava. Sempre riferendoci alla legge islamica, citata nel libro Lo Scriba di Casole, invitiamo alla lettura di un altro testo interessante "Maometto in Europa" di Arnoldo Mondadori Editore, dove si può apprendere che gli invasori islamici si servivano di Monaci e Preti a cui affidavano la gestione delle popolazioni sottoposte di religione cattolica, a Otranto questo non è accaduto i primi a cadere sono stati proprio i religiosi. Altra coincidenza importante nella vicenda è che il capo della spedizione turca dopo poco tempo viene richiamato alla corte di Maometto II, abbandonando Otranto e lasciando così alle forze spagnole, circa un anno dopo, la possibilità di riprendersi Otranto. Le ragioni geo-politiche, di cui si è accennato sopra, della presa di Otranto a nostro avviso non reggono di fronte all'evidenza di uno scarso interesse maturato dai Turchi all'area della Puglia Meridionale, altrimenti diverso sarebbe stato l'impegno militare in questa area, degli invasori, come ad esempio nei vicini Balcani.
L'idea di rivisitare in chiave critica gli avvenimenti di Otranto ci è stata data dalla particolare propensione dei Cattolici a immolare dei Martiri come strumento per la vittoria della fede cattolica e per la sua autoriproduzione. Nel medio evo a scrivere erano quasi esclusivamente uomini di chiesa, i quali tendevano a ricondurre qualsiasi episodio della vita alla volontà del signore, pertanto tutto quanto noi oggi conosciamo della storia risulta "drogato" da questo particolare modo di vedere e raccontare i fatti. Ciò premesso dobbiamo dire che i fatti di Otranto ci sono stati raccontati e tramandati grazie anche ad un tal Giovanni Michele Laggetto, senza dimenticare il Galateo ed il Marziano, i quali, più o meno nella stessa maniera, ci riferiscono che i corpi degli 800 martiri erano rimasti intatti e senza andare in decomposizione per oltre un anno sul colle della Minerva, senza che uccelli o altri animali gli toccassero. Sulla importantissima circostanza riguardo la scelta imposta dal Pasha, se abiurare la propria fede per abbracciare l'Islam in cambio della vita, argomento alla base della causa di beatificazione degli 800,  dall'esame dei documenti prodotti in tale sede, si scopre che 9 testimoni su 10 negano tale fatto, riconducendo l'episodio ad una tradizione voluta dai fedeli in epoca successiva ai fatti del 1480 (informazioni contenute nei tomi 1 e 2 dell'opera di Donato Moro "Hydruntum" fonti documenti e testi sulla vicenda otrantina del 1480 - particolare pag. 156). Questi argomenti ci ha fornito lo spunto per indagare nella ricerca di nuovi elementi, o meglio coincidenze storiche utili, per formulare nuove teorie.

Nuova ipotesi sulla storia di Otranto alla luce del Codice da Vinci

La Cattedrale di Otranto con il suo pavimento rappresenta certamente un Mistero affascinante,  negarlo vorrebbe dire solo sminuire il pregio dell’opera, valore rappresentato  non tanto come opera d’arte in se stessa, ma proprio per la complessità del messaggio che in essa viene abilmente celato. Su questo approccio all’opera del Monaco Pantaleone sono più o meno tutti d’accordo, le idee cominciano a cambiare quando si tratta di dare una interpretazione alla complessa simbologia del Mosaico.

Di seguito cercheremo di dare un contributo nuovo e diverso alla decodifica del Mosaico, nuovo perché è per la prima volta che ci cimentiamo in un’operazione di tale portata, diverso perché le tecniche che utilizzeremo saranno più vicine a quelle dei Detective che a quelle degli Storici.

Prima di avventurarci nel tentativo di decifrarne il contenuto, a nostro avviso, bisognerebbe  porsi delle domande, cercando poi tra le possibili risposte le più probabili ed infine  mettendo in relazione gli spunti più interessanti emersi, ottenere una linea guida che  possa accompagnaci nel non facile percorso di decriptazione :

·        D) Perché un Mosaico come pavimento di tutta una chiesa ?  Esistono altri mosaici così estesi in altre chiese?

·        R) Cercando di dare una risposta a questa domanda non possiamo non considerare il fatto che, all’epoca, l’architettura religiosa era basata su schemi precisi e molto difficilmente si poteva derogare da ciò; detto questo, mosaici delle dimensioni e della complessità di quello di Otranto non ci sono rimaste tacce, qualche riferimento e analogia si riscontra a Santa Maria del Patir a Rossano Calabro, mentre nell'’Abbazia Benedettina nelle Isole Tremiti lo stato di conservazione non ci consente di  proporre teorie valide e quello della chiesa di San Nicola a Bari vecchia non può essere paragonato a quello di Otranto, manca quindi un filo conduttore, un riferimento ad una architettura sacra consolidata, ci troviamo di fronte ad un opera unica.

·        D) Perché proprio un monaco o un prete avrebbero dovuto realizzare l’opera, quando sicuramente c’erano maestranze più specializzate ?

·        R) la risposta è semplice all’epoca l’arte si studiava soprattutto nei monasteri, in oltre,  secondo alcuni studiosi, proprio  Otranto  sarebbe stata  la sede di una “nuova scuola greco-salentina, che nella vicina Abbazia di Casole trovava il suo più alto significato”.

·        D) Se doveva essere l’ornamento per un pavimento di una chiesa, perché occupare tutto quello spazio utilizzando simboli e immagini di piccole dimensioni, quando molto più facilmente si sarebbero potute realizzare immagini più vicine al cristianesimo e quindi di più facile lettura per i fedeli, considerando l’ignoranza che regnava all’epoca?

·        R) Anche qui la risposta ci sembra spontanea : lo spazio da utilizzare doveva essere tutto quello disponibile per poter meglio tradurre con le immagini il significato del messaggio o i messaggi che si volevano dare. Probabilmente si sono utilizzate icone, diciamo compatibili con il contesto in cui si trova l’opera, una chiesa appunto, anche se il vero messaggio potrebbe non avere molto a che fare con il cristianesimo, almeno in senso assoluto, secondo questa linea di pensiero, l’ambiente in cui l’opera è calata sarebbe stato scelto anche per avere la certezza che il messaggio fosse conservato per molto tempo (forse almeno fino ad una data stabilita !) Questa logica ci sembra avvalorata dal fatto che la simbologia usata non era affatto adatta ai fedeli dell’epoca, notoriamente nel 1100 circa la gente comune non aveva un livello di cultura idoneo a comprendere, almeno in parte, i simboli utilizzati.

·        D) in quale contesto storico, religioso, politico, geografico e culturale è stata concepita l’opera?

·        R) forse questo è l’interrogativo che più di ogni altro, può avvicinarci alla logica che sottace all’opera, quindi va detto che Otranto in quell’epoca era, ma lo è anche adesso, un crocevia per le comunicazioni tra Oriente ed Occidente, tra il nord Europa e l'Africa, con la Repubblica di Venezia sempre più interessata ad essere attore principale in tutti gli scambi, poi non dobbiamo dimenticare le Crociate dal cui porto di Otranto sicuramente sono partite delle navi e dove è logico abbiano fatto scalo anche al ritorno. Qui si innesta il Mito di Re Artù apparentemente estraneo alla cultura dell'Italia meridionale dell'epoca, basti pensare che i primi manoscritti che parlavano delle imprese di Re Artù sono di gran lunga posteriori all'epoca del mosaico, quindi è logico ritenere che il Monaco Pantaleone abbia avuto contatti diretti con rappresentanti dell'Ordine del Tempio i Templari, d'altro canto simboli templari si possono riscontrare nel Mosaico, vedi la scacchiera. A questo proposito vale la pena aprire una breve parentesi,  per avvalorare la nostra tesi che l'autore Pantaleone non fosse proprio in linea con le idee della chiesa di Roma sta il fatto che, verso la metà del XI secolo Papa Alessandro II  con un editto bandì il gioco degli scacchi considerato sacrilego, ed allora aver inserito in questo contesto una scacchiera, rappresentava sicuramente un messaggio ben preciso.

·        D) E’ possibile dare, almeno in linea di massima, una interpretazione generale dell’opera ?

·        R) Entrando nel vivo dell’argomento, riteniamo che sebbene la storia ci indichi Pantaleone come un Prete o un Monaco,  siamo dell’idea che pur se dotato di una conoscenza vastissima di quello che era il Mondo dell’epoca, sicuramente anche grazie all’apporto della importantissima biblioteca del Monastero di San Nicola da Casole (vicino Otranto, oggi ridotto ad un cumulo di macerie), Pantaleone doveva avere una cultura più vicina a quella dei Catari che a quella dei Cristiani tradizionalisti. Senza dilungarci troppo nel merito, il risultato è che il messaggio va, secondo noi,  nella direzione di dare una nuova regola ai Cristiani, in quanto la Chiesa di Roma  dopo il Concordato di Worms del 1122 intraprendeva una via di ricchezza e di splendore, segnali lontani da quello che doveva essere il reale spirito dei Cristiani. Qui però è possibile vedere un messaggio nel messaggio, da cui il titolo "Il Mistero del pavimento della Cattedrale di Otranto" infatti molti particolari lasciano trapelare questa ipotesi.

Se pure a grandi linee abbiamo tracciato la via che seguiremo nella comprensione del Mosaico, citiamo di seguito un stralcio dal libro Iconografia di Otranto di Grazio Gianfreda, dove a pagina  43 l’autore così recita “Su di esso, come su una sequenza di fotogrammi, scorrono credi politici e religiosi, usi e costumi, miti e leggende del mondo orientale e del mondo occidentale, personaggi camitici come la regina di Saba e personaggi iapetici come Alessandro Magno e Re Artù”, ancora secondo lo stesso Autore, l’Albero della Vita che raccorda tutto il mosaico altro non sarebbe che il punto d’incontro di tutte le culture.

Nel mosaico troviamo la Scacchiera, simbolo dei Catari, poi adottato dai Templari, rappresenta l’ordine cosmico, l’eterna lotta del bene e del male, che non ha mai fine. Anche la scacchiera ha un significato esoterico, il re rappresenta il sole, il principio creatore limitato, la regina (la Donna) rappresenta la Terra, si puo’ spostare in ogni direzione, la torre rappresenta saturno il suo movimento e’ il quadrato, l’alfiere e’ giove il trigono, mentre il cavallo indica il cavaliere che deve effettuare il salto per potersi purificare mentre il pedone e’ l’uomo. Procedendo in questa direziona arriviamo a re Artu’. Infatti nel mosaico rex Artu’ e’ rappresentato in groppa ad una caprone con un gatto (leopardo), che appunto ricorda il nome di "gatto lupesco" che cerca di assalirlo. A guardar questa scena vi e’, forse Parcival, il cui aspetto e’ particolare, sta in piedi, dritto, bello, si eleva sopra artu’ e abele, quasi simbolo di chi e’ degno del cielo, il punto però, è come abbiamo già detto, che la storia di parcival è postuma di parecchio rispetto al mosaico. Però sono in diversi a ritenere che possa essere proprio Parcival che, dopo il recupero del Graal, "sembra raddrizzarsi e riluce di una bellezza sovrumana".

Parcival o Parzifal, Re Artù, il Graal, sono tutti simboli che potremo definire ante-litteram, poiché nel 1163 quando è stata iniziata l’opera, non vi erano traccie nella cultura locale ne tanto meno  in quella bizantina; allora perché inserirli nel pavimento di una Basilica ? Perché dovevano “illuminare” nei secoli successivi l’uomo, evidentemente perché Pantaleone era a conoscenza di un segreto che non poteva svelare e che però doveva trasmettere alle generazioni future.
 

April 22

Il Mistero di Otranto

Re Artù in Puglia? Le tracce ci sono. Non soltanto la materia di Bretagna, dove si parla appunto di Re Artù e dei dodici cavalieri della Tavola rotonda, è anticipata di un secolo almeno nell’archivolto dei leoni della Basilica di San Nicola di Bari. E questo già è un dato misterioso, soprattutto perché si tratta di una materia di rilievo nordico presente a Bari. Ma tracce ci sono anche a Otranto, porto di grande importanza nell’antichità e nel Medioevo, da partivano le navi del crociati dirette in Terrasanta. Punto terminale della via Traiana, fu più volte assalita dalla flotta turca e, nel 1480, sotto i1 comando di Achmed Pascià, conquistata. Vescovo, clero e popolo furono massacrati nel duomo. Due giorni dopo, il 14 agosto, sul collo della Minerva, furono decapitati 800 prigionieri superstiti, poi passati alla storia come i Martiri d’Otranto. La pietra delle decapitazioni e gli ossari delle vittime sono conservati nella cappella dei martiri della cattedrale. Una cattedrale testimone, quindi, di orrendi massacri, sul cui pavimento, realizzato con un grande mosaico di rara bellezza, c’era (e c’è) l’immagine dire Artù.

Il mosaico rappresenta l’albero della vita che si richiama ad antiche tradizioni sapienziali, fra cui quella ebraica. Secondo una leggenda, re Artù guarderebbe una porta e nel guardarla indicherebbe l’accesso a un luogo segreto dove egli riposò tre giorni e tre notti prima di affrontare un combattimento. Forse, si dice, si tratterebbe di una grotta nei pressi del castello di Otranto.

Ma dove è situato, nel mosaico, re Artù? E’ fra i personaggi dell’antico Testamento, in groppa al suo cavallo, con lo scettro, la corona, i calzari a punta. Il Frate Pantaleone realizzò, fra i1 1163 e il 1165, i1 pavimento musivo con un messaggio di carattere cristiano universalista, come in seguito fecero Gioacchino da Fiore, Pietro Abelardo, Bernardo di Chiaravalle. Gli alberi della vita sono tre e si snodano lungo le tre navate della cattedrale. I1 più importante è quello della navata centrale che poggia su due elefanti indiani che raffigurerebbero il Vecchio e il Nuovo Testamento. L’albero simboleggerebbe i1 Cristo (ma molteplici sono le interpretazioni a seconda delle tradizioni cui si fa riferimento) e fra i rami dell’albero sono rappresentati pagani, musulmani, ebrei, cristiani e personaggi della Bibbia: Noè, Abramo, re Salomone e la regina di Saba, A1essandro Magno, in Artù e tutto il creato: angeli, piante, animali. Insomma, l’albero come summa, come punto di incontro fra l’uomo e Dio.

Ma secondo un’altra lettura del mito di re Artù, Frate Pantaleone inserì questo personaggio in quanto richiama la ricerca del Graal, secondo il duplice significato di vaso sacro, simbolo di fede, e libro di pietra, simbolo di conoscenza. Nel XII secolo ricomparve la leggenda del Graal nella versione cristiana di vaso sacro che Gesù Cristo avrebbe utilizzato nell’ultima Cena o vaso sacro nel quale Giuseppe d’Arimatea raccolse i1 sangue fuoriuscito dal costato di Gesù. E la cerca del Graal ricorre nella letteratura della materia di Bretagna in quanto era uno dei maggiori ideali cavallereschi (si veda, di autori vari, il codice segreto del Graal; edito da Newton e Compton e, sempre di autori vani, Luce del Graal dalle edizioni Mediterranee). E si richiama a una simbologia molto particolare: il re Artù, come si vede nel mosaico, combatte contro un gatto. Per ritrovare il Graal bisognava essere puri e, come gli autori del Medioevo hanno tramandato, re Artù non era puro e perciò fu assalito dal gatto di Losanna, simbolo del male, del peccato. Proprio sotto le zampe posteriori del cavallo di re Artù, nel mesaico,si vede l’esito della lotta: re Artù viene disarcionato e ucciso dal felino. Sopra il re c’è un personaggio nudo, che rappresenta l’uomo puro, nuovo: si tratta di Galaad che nasce dalla morte di Artù ed è destinato a conquistare il Graal. Dal punto di vista della tradizione cristiana Artù e i dodici cavalieri simboleggiano Gesù e i dodici apostoli, Gesù, del resto, venne "per salvare l’uomo ma si addossò il peccato e da esso fu ucciso". Artù e Galaad, quindi, rappresenterebbero la morte e la rinascita, la cerca e il ritrovamento (su questo si veda di Gardner, Le misteriose origini dei re del Graal, edito da Newton Compton). Otranto era i1 punto di incontro fra le civiltà latina e greca. Poi segui l’invasione longobarda e la città rimase fedele ai bizantini, ma la successiva occupazione normanna riaffermò la cultura occidentale senza cancellare quella greca. Un crogiuolo di culture simili, europee, che arricchirono questa importante città e la sua cattedrale, la più orientale d’Italia.

Eutanasia Passiva

Sempre a poche settimane fa risale il messaggio rivolto dal pontefice ai lavori dell’assemblea annuale della Pontificia Accademia per la Vita, quando ricorda che il termine «“qualità di vita” è oggi interpretato come efficienza economica, consumismo sfrenato, bellezza e piacere della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde dell’esistenza, come quelle interpersonali, spirituali e religiose. Nella società del benessere, la nozione di qualità della vita viene ridotta ad una capacità di godere e di sperimentare il piacere». Per la stessa ragione proprio il presidente della Pontificia Accademia della Vita, monsignor Elio Sgreccia, solo pochi giorni fa aveva condannato la decisione di staccare le macchine che tenevano in vita Terry Schiavo perché «può essere considerata una persona umana viva, privata di una coscienza piena, i cui diritti giuridici devono essere riconosciuti, rispettati e difesi». Secondo il prelato, inoltre, in questo caso la sonda gastrica di alimentazione non può essere considerata un “mezzo straordinario”, né uno strumento terapeutico. Monsignor Sgreccia ritiene che la decisione della giustizia nordamericana, che ha stabilito che la sonda venisse staccata, «è una morte provocata in modo crudele. Non è un atto medico. Si tratta di togliere acqua e cibo per provocare la morte».

Papa Giovanni XXIII

Hanno scelto l’eutanasia, quella definita “passiva”, per porre fine al pontificato di Giovanni Paolo II. A giustificare questa scelta, solo la breve nota di venerdì mattina, 1 aprile, nella quale l’entourage vaticano del pontefice informava la comunità internazionale che il papa, nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, aveva chiesto di non essere trasportato al Policlinico Gemelli e desiderava rimanere nel suo appartamento. Fino a che punto questa precisa e decisiva volontà sia stata realmente espressa da Karol Woytila è e resterà un punto decisamente impossibile da dimostrare. Di sicuro sta proprio nell’attribuzione di quella scelta (al pontefice, oppure ai cardinali che lo circondavano come Ratzinger, Ruini, Sodano) il significato politico che dobbiamo attribuire al dopo Wojtyla nel suo complesso. E’ evidente infatti che in una condizione di aggravamento repentino – come quello verificatosi il 30 marzo, pur nelle già precarie condizioni generali – e soprattutto avendo a disposizione una apposita struttura attrezzata al Gemelli, l’indicazione medica “nel segno della vita” doveva essere quella di trasferire immediatamente il pontefice in ospedale, dove le cure rianimative sono di gran lunga diverse rispetto a quelle che è possibile praticare in un appartamento vaticano. Si è scelta invece l’eutanasia passiva. Alcuni documenti mostrano come possa risultare difficile attribuire questa decisione a Giovanni Paolo. A cominciare dalle parole che pronunciò l’11 febbraio 2004 in occasione della Giornata del malato: «Nessuno ha il diritto di sopprimere la vita di un paziente a causa della sofferenza. La sofferenza è sempre una chiamata a praticare l’amore misericordioso. Chi soffre non sia mai lasciato solo». O l’enciclica Evangelium vitae del 1995: «Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell'esistenza di chi soffre, l'eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante "perversione" di essa: la vera "compassione", infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza. [...] Si raggiunge poi il colmo dell'arbitrio e dell'ingiustizia quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire. [...]. Così la vita del più debole è messa nelle mani del più forte; nella società si perde il senso della giustizia ed è minata alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le persone». Infine il messaggio quaresimale del 2005: «Il comandamento divino "non uccidere!" vale pure in presenza di malattie, e quando l’indebolimento delle forze riduce l’essere umano nelle sue capacità di autonomia».

 
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